Alnena’s Weblog

Odori

Dicembre 8, 2007 · Lascia un Commento

L’asfalto grigio era schiacciato da mille ruote nere e bagnato da milioni di gocce trasparenti. Le narici aperte sull’asfalto cercavano di non inspirare l’odore dei ricordi.

Basta una frazione di secondo. Basta l’infinitesima parte di un alito d’aria che trascina un profumo. Un lezzo. E si spalanca un baratro colmo di sensazioni. Di espressioni. Di colori. Di figure.

Come in un provino di un film: spezzoni di immagini e suoni. Molto meglio però, o peggio, di un film…perché se ne sente l’odore.

La donna camminava veloce cercando di scappare ai suoi pensieri. Il rumore dei tacchi sull’asfalto cadenzavano il suo ritmo che inconsciamente aumentava. Il desiderio inconscio di avanzare. Di arrivare. Come se potesse decidere dove.

Lungo la strada le luci delle automobili ricordavano che era sera. Le luci dei negozi invece confondevano il cielo plumbeo che puntava alla notte.

Avanti…

La prima strada a destra, quella di sempre, era un luna park di gente e di colori: un incidente aveva richiamato gente, luci blu, gialle, uniformi, sirene.

La curiosità mancava.

Avrebbe svoltato alla prossima e poi tagliato per i vicoli fino ad arrivare dove credeva di arrivare.

Qui l’assenza di negozi sembrava ricordare che senza consumismo non c’è vita. La tristezza di una strada di un quartiere dormitorio. Dove tutto si svolge e niente accade.

Il rumore dei tacchi le divenne insopportabile. Unico compagno di strada.

Il terzo vicolo a destra a far da ponte fra due mondi cosi’ diversi: luci e ombre.

Lei ora nel limbo.

L’uomo le si paro’ davanti come quelle figure che escono a scatto dalle scatole del passato e a seconda del film fanno paura o ridere.

Lei stava decidendo se ridere o urlare di paura.

Lui non le diede il tempo di decidere.

Scomparve dietro ad una porta ancor prima di notarla…!

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Truccata al punto giusto

Dicembre 5, 2007 · Lascia un Commento

Truccata al punto giusto

Truccata al punto giusto. Un bel caschetto nero pece a nascondere la sua età. Mal celata dalle profonde rughe del viso. Gli occhi neri, perfettamente intonati al colore dei suoi capelli, risaltavano come pugni negli occhi sulla pelle chiarissima.

Se ne stava li. Davanti a un tavolo vuoto. Parlando di tutti i suoi problemi. Di chi la faceva arrabbiare. Di chi non c’era. Di cosa le mancava. Di quello che aveva di troppo.

L’accento francese dava un tocco di dolcezza al tedesco che parlava. Dolcezza di suono. Durezza di parole. Espressioni di esperienze di vita riassunte nella musicalità della sua voce.

I tavolini intorno a lei erano pieni di gente intenta a mangiare. Ogni tanto qualcuno si girava verso questa insolita dama. Soprattutto quando qualche parola di troppo usciva dalla scala dei rumori accettabili. Qualcuno rideva. Qualcuno sorrideva. Qualcuno si intristiva.

Lei era li. In piedi davanti al tavolo di nessuno. Con nessuno seduto al suo tavolo. Rabbiosa e triste. A tratti lamentandosi della sua spesa che non aveva. Della commessa sgarbata che non c‘era. Del suo compagno assente. Del pranzo immangiabile sulla tavola sparecchiata.

Urlava. Si infuriava. Si placava. Per poi ricominciare da capo. Gli stessi argomenti ripetuti in cantilena. All‘infinito.

Discuteva con la sua più acerrima nemica: discuteva con se stessa.

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Il meccanico

Novembre 17, 2007 · Lascia un Commento

Il jeeppone si preparava a un nuovo inverno: gli pneumatici invernali aspettavano impazienti in garage di dimostrare la loro bravura sulla strada. A uno a uno salivano nel bagagliaio, aiutatati dalla donna che non senza fatica li sollevava, nelle loro bustone di plastica, e li deponeva sbuffando, mentre pensava agli impegni della giornata: niente di entusiasmante, ma anche niente di fastidioso.


Un libro nella borsetta: il meccanico aveva detto che ci sarebbe voluta una mezzora al massimo. Mezzora per leggere qualche pagina. Una buona cosa. In una giornata grigia. Cielo lavagna. La neve era nell’aria. Aspettava gentilmente che la gente si abituasse all’idea, per poi calare dal cielo e invadere ogni centimetro quadrato disponibile.


Il jeeppone davanti al garage del meccanico era nervoso e impaziente. Lei scese dal mezzo e si avviò verso l’autosalone, dove c’era l’ufficio. Il ragazzo del meccanico, nel frattempo, aveva già preso possesso dell’auto e la dirigeva verso il suo felice destino.


Il meccanico offrì alla signora una tazza di caffè, nell’area riservata ai clienti. Lei accettò e tirando fuori il suo libro, attese che lui si allontanasse per tornare in officina o in ufficio.

“Non è un vero espresso. Ma è un buon caffè.”. Disse lui porgendole la tazza. “Ne sono certa. Poi non si preoccupi, io non capisco niente di caffè, anche se sono italiana.”. Gli disse, rispondendo al suo sorriso.


Lui non si decideva ad andarsene. Lei mise in evidenza, sul tavolino, il suo libro, per segnalargli che poteva star tranquillo: era in grado di aspettare da sola.


Lui non se ne andava.

“Come sta dopo la sua operazione? Mi fa piacere che sia tutto finito. sia per Lei, sia per Sua moglie. È stata molto forte e brava a cavarsela da sola qui per due mesi buoni, contando anche le preoccupazioni. Mi ha venduto lei la macchina. In ventiquattr’ore abbiamo concordato tutto. Senza uomini fra i piedi.”. Iniziò a dire lei sorridendo, interrompendo la staticità della scena.

Lui sorrise. Aveva voglia di parlare. Ecco perché non se ne andava.

Era alto e aveva le spalle larghe. Un naso piccolo e labbra sottili. Occhi chiari. Piccoli, filtrati da un paio di occhialini, anch’essi rotondi, dalla montatura moderna. Nera.

“Non so se è finita. Non sono riusciti a “ripulirmi” tutto. Prego e spero. Non posso subire al momento un’ulteriore operazione. Ho perso venti chili. Insieme a un paio di gigabyte di memoria.”. Disse con un sorriso ironico. Triste.


“Confondevo le mie figlie. Non mi ricordo chi mi è venuto a trovare. Non tutti. Chi mi ha portato cosa. Adesso va meglio. Non so perché Le parlo così. Perché Le racconto la mia storia.”.


Non era molto sicura neanche lei di volerla ascoltare. E pur provandoci, non riusciva a trovare argomenti plausibili per rifiutarsi di farlo: uno dei suoi figli giocava in un angolo dell’autosalone, appositamente attrezzato: Lego e libri. L’altro, seduto al suo fianco, scriveva e disegnava. Il cellulare era silenzioso. No. Non c’erano scuse plausibili.


Anche se quello, era uno di quei giorni, in cui il mondo non avrebbe dovuto avvicinarsi troppo a lei e avrebbe anche potuto rimanerle un po’ distante. Lui, però, la obbligò a immergercisi. Le raccontò come viveva prima. Come viveva ora. D’un tratto si ritrovarono a parlare di tutto: viaggi, sensazioni, politica locale, visioni e impostazioni di vita. Di se stessi.


La macchina era pronta da un pezzo. Era ora di andare.


Due persone perfettamente estranee fino a un’ora e mezza prima, si salutarono controvoglia. E si separarono. Rimanendo seduti insieme al tavolino, davanti a una tazzina vuota di caffè.

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Micia Luna

Novembre 15, 2007 · Lascia un Commento

“Se fallisco non ha importanza. Ho dato del mio meglio”

Non ha importanza. Non importa. Non m’importa. No mi importa. No. Sarà per la prossima volta. La prossima vita. La prossima occasione.

“Frank suonala ancora”

Sì, caro mp3, suonami ancora quella canzone di Tiziano che non dice niente, ma solo per il fatto che ha quella voce mi manda in visibilio e mi immalinconisce profondamente e mi fa sognare. Su suonala, conferma a questo scarto arruffato di me stessa che ci sono ancora. Se sento male mi sento anche viva. Confermami che non ho nessuna voglia di essere grande. Allo stesso tempo fammi dimenticare che ci sono. Insomma fai qualcosa. Perché io in questo momento non desidero più nulla di reale.

Io intanto prendo la mia coperta e mi butto sul divano che ha posto per quattro persone. E io riesco a occuparne a malapena un quarto. Il resto è per le anime in pena a passeggio con la luna piena nei meandri della mia mente.

Tanto la fiamma brucia, la legna è tanta, e le domande rimangono. Gli ideali per strada. I lavori a metà. Errori di valutazione. Di valutazione di me stessa. E giù gli amici a dirmi che io sono bella e buona. Insomma, sono gli altri che sono brutti e cattivi.

Cari amici cari. Siete proprio tanto cari e non mi conoscete. Ho forse semplicemente fallito. Ho parlato e parlato e non ho detto nulla. Chissà se ho mai detto qualcosa. Non ha importanza. Non ha senso nulla.

Allora prendo la mia coperta, dicevo, e mi sento un cartone animato. Mi sbatto sul divano, dicevo e siccome sono le due di notte mi accingo a dormire. Non ho sonno. E quella luna impertinente entra attraverso la vetrata della terrazza e mi importuna nel sonno.

La micina si arrotola sopra la mia mano e già solo per questo non oso più muovermi. Mentre i pensieri saettano per la mente e li sento rimbalzare sulle pareti del cervello. Con tanto di botti.

Un mantello nero e caldo, quello della micia, in contrasto con la luce chiara e fredda della luna.

Mi sento riassunta in due semplici entità esterne a me. Attratta dalla mia diversità e bipolarità interiore.

Micia Luna.

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